Paul McCartney: John Lennon un martire dopo la sua morte

Per Paul McCartney non ci sono dubbi: dopo l'uccisione di Lennon, i fans lo hanno martirizzato

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McCartney vs Lennon
McCartney vs Lennon

Quella di John Lennon è stata una martirizzazione. Lo ha dichiarato Paul McCartney in una recente intervista pubblicata su Esquire, nella quale si confessa senza troppi tabù. Il cantante britannico, superata la settantina e baronetto della Regina Elisabetta, non ha avuto paura di sembrare politicamente scorretto nel confessare al giornalista come sia stato infastidito dalle reazioni dei fans dei Beatles dopo la tragica uccisione dell’amico/collega Lennon, nel 1980.

Ha cercato, spiega, di mettersi dal punto di vista del pubblico. Certo, le cose sarebbero cambiate ed ognuno dei Fab Four avrebbe inciso un proprio disco. “Ma quando John fu colpito a morte, a parte il puro orrore della cosa, capii subito ciò che sarebbe successo. ‘Ok, ora John è un martire. Un JFK’. E ho inziato a sentirmi frustrato, perché sapevo che la gente avrebbe iniziato a dire ‘Lui era i Beatles’ e noi tre saremmo spariti. Si capiva che ci sarebbe stato molto revisionismo dopo che spararono a Lennon”. Questa affermazione il nocciolo della questione. Che non sembra essere stata gradita (ovviamente) dal pubblico.

Una sorta di James Dean della musica, continua il baronetto, affermando di essere consapevole delle grandi cose che Lennon fece durante la carriera con i Beatles e da solista. Ma si sa che, quando un divo muore per cause accidentali o ucciso da un pazzo, viene elevato a martire. E questa cosa non sembra proprio andare a genio a McCartney. Il quale, ammettiamolo pure, ha sempre sofferto della sindrome del pulcino nero accanto ad un grande come Lennon. Anche quando quest’ultimo era ancora in vita. E il fare tali dichiarazioni, certo non gli rende merito. Ma è pure un punto di vista e, nel bene e nel male, fa onore il coraggio di mettere sulla pubblica piazza i propri pensieri, consapevole di essere impopolari.

John Lennon
John Lennon

Una “battaglia”, post-mortem di John Lennon, portata avanti a suon di battute al vetriolo anche con la moglie Yoko Ono. Pare, infatti, che questa abbia affermato che McCartney prenotasse solo le sessioni in studio, a beneficio del gruppo. Amare dichiarazioni da inghiottire per il baronetto che, sempre secondo quanto afferma, trovava conforto all’epoca nel sostegno degli amici.

L’annosa questione della firma delle canzoni

E non solo. Una diatriba ha sempre chiuso le canzoni dei Beatles. Chi firmava i pezzi? Da sempre Lennon-McCartney era la firma di ogni album, raccolta ed altri supporti. Tutto nacque per un ritardo avuto ad un appuntamento con Lennon e il primo manager, Brian Epstein, racconta ancora il cantante. Gli dissero, quindi, che le canzoni sarebbero apparse sugli album come opera di entrambi, apponendo la firma con i due nomi e secondo questa modalità. La controproposta fu quella di alternare con McCartney-Lennon, almeno per quelle scritte dal baronetto. L’accordo ci fu, ma di fatto ciò non accadde mai. Un’eterna cicatrice che deve ancora bruciare nell’anima di Paul McCartney che, per ironia della sorte, trova spazio anche nell’epoca di smartphone e tablet. “Sul mio iPad, ad esempio, non c’è abbastanza spazio per il nome completo degli autori. Se cerchi Hey Jude appare ‘di John Lennon e….’ perché sullo schermo non c’è spazio”.